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Direttiva DAC8: finita l’era dell’anonimato nelle criptovalute – in arrivo più CONTROLLI

— 7 min di lettura

Fino a poco fa, i controlli fiscali sugli investitori di criptovalute in Italia sono stati blandi e discontinui, effettuati prevalentemente con verifiche a campione. A partire dal 1° gennaio 2026 però, la musica sembra essere definitivamente cambiata: l’Unione Europea ha deciso di intervenire in modo strutturale con la direttiva DAC8, una normativa che obbliga di fatto tutti exchange e gli operatori che offrono servizi finanziari custodial in ambito crypto a comunicare in modo sistematico con il fisco.

Da quest’anno non si scherza più con il fisco: tutti i broker che vogliono esercitare il loro business legalmente nel territorio europeo, devono obbligatoriamente seguire alcuni obblighi imposti dai regolatori, tra cui in particolare l’obbligo di trasmettere alle autorità fiscali competenti i dati identificativi degli utenti e i dettagli delle operazioni effettuate. Arriveranno dunque più controlli sui contribuenti italiani e difficilmente si riuscirà a rimanere anonimi di fronte ai nuovi sistemi di monitoraggio.

È chiaro quindi che non si può più far finta di nulla o sottovalutare la dichiarazione delle criptovalute, pena sanzioni potenzialmente molto salate. Se volete ridurre al minimo il rischio e gestire correttamente la fiscalità delle crypto, potete affidarvi al software di Okipo, che si occuperà di svolgere tutti i calcoli al posto vostro.

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DAC8: la nuova direttiva europea che impone più trasparenza sulla fiscalità delle criptovalute

La DAC8 è una direttiva europea che estende al mondo delle criptovalute un meccanismo di scambio di informazioni fiscali già in realtà ampiamente utilizzato per altre tipologie di attività finanziarie tradizionali. Approvata dal Consiglio dell’Unione Europea e successivamente recepita dagli Stati membri, è entrata ufficialmente in applicazione a partire dal 1° gennaio 2026, senza però implicare effetti retroattivi.

Con questa normativa, l’Unione Europea impone a tutti i Crypto-Asset Service Providers (CASP), quindi exchange e operatori che offrono servizi custodial (in cui l’operatore custodisce gli asset al posto vostro) l’obbligo di comunicare periodicamente alle autorità fiscali i dati identificativi degli utenti e le informazioni relative alle loro transazioni.

C’è comunque da spiegare che La DAC8 non nasce dal nulla, ma è semplicemente un nuovo capitale delle sette versioni precedenti, che erano focalizzate sullo scambio di informazioni in merito a conti correnti e strumenti di investimento tradizionali. Le criptovalute rappresentano dunque l’ultimo tassello aggiunto a un sistema già collaudato, che viene ora riportato anche all’interno di questo settore.

Sottolineiamo poi come anche al di fuori dell’Unione Europea esistano meccanismi simili di scambio automatico di informazioni, già in uso da anni nel sistema finanziario tradizionale. Il riferimento è il Common Reporting Standard (CRS), lo standard promosso dall’OCSE che le banche utilizzano a livello globale per condividere i dati dei clienti con i Paesi di residenza.

Quali sono gli obblighi specifici di broker e CASP crypto?

Con l’entrata in applicazione della DAC8, gli exchange e i Crypto-Asset Service Providers (CASP) che operano all’interno dell’Unione Europea sono tenuti a inviare periodicamente alle autorità competenti una serie di informazioni standardizzate sulle attività degli utenti. In particolare, le segnalazioni scattano in modo automatico per tutte le operazioni che superano i 1.000 euro di controvalore, includendo dati come:

  • L’identità del cliente (nome, cognome e altri dati identificativi)
  • L’identità del mittente e del destinatario, quando diversi dal cliente
  • L’importo della transazione e il relativo controvalore
  • La tipologia di operazione (deposito, prelievo, scambio, trasferimento)
  • I Paesi di residenza fiscale delle parti coinvolte

L’aspetto più rilevante non è tanto il tipo di informazioni trasmesse, quanto il modo in cui vengono raccolte e condivise. I dati non vengono più forniti solo in caso di controlli specifici o richieste mirate, ma confluiscono passivamente in un database centralizzato, che viene poi condiviso automaticamente con i Paesi di residenza fiscale nell’anno successivo a quello della transazione. Questo rende di fatti i controlli più continui, strutturati e difficili da aggirare, specialmente se si opera su un exchange registrato in Europa.

Fonte dati:https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2023/2226/oj/ita/pdf

Da sottolineare poi che La DAC8 estende il perimetro di monitoraggio anche alle transazioni in uscita dagli exchange verso wallet privati. In questi casi, alcuni operatori possono richiedere all’utente di indicare se il wallet di destinazione è di sua proprietà o di terzi, specificandone la residenza fiscale. 

Gli obblighi riguardano tutti i servizi registrati nell’UE, mentre le piattaforme extraeuropee che intendono offrire servizi a clienti europei devono adeguarsi e registrarsi come CASP in uno Stato membro, pena l’oscuramento del sito in caso di mancata conformità.

In arrivo più controlli sui contribuenti italiani

Proprio perché la DAC8 introduce controlli sistematici e non più basati su verifiche a campione o su richieste specifiche, le autorità fiscali avranno a disposizione un flusso continuo di informazioni provenienti dagli exchange e dai CASP. Questo significa che eventuali incongruenze tra i dati comunicati dagli intermediari e quanto dichiarato dal contribuente,(ad esempio nel quadro RW/W relativo al possesso di cripto-attività), potranno emergere con maggiore facilità.

Quando i dati non tornano, far partire un controllo diventa ad oggi molto più semplice e rapido per il fisco. È per questo che oggi non ha più senso sottovalutare la dichiarazione delle criptovalute: il contesto è cambiato e l’anonimato che per anni ha caratterizzato il settore non può più essere dato per scontato, a maggior ragione quando si utilizzano exchange e servizi centralizzati.

Cosa si rischia se non si dichiarano le criptovalute?

Con l’arrivo della DAC8 e di controlli sempre più automatici, le sanzioni previste per chi non rispetta gli obblighi fiscali sulle criptovalute diventano molto più concrete rispetto al passato. Il primo nodo riguarda il possesso delle cripto-attività, che deve essere indicato correttamente in dichiarazione: in caso di omissioni, le sanzioni vanno dal 3% al 15% degli importi non dichiarati, percentuale che può arrivare fino al 30% se gli asset risultano detenuti tramite intermediari situati in Paesi a fiscalità privilegiata, oltre all’imposta di bollo annuale sul valore delle cripto-attività.

La situazione si complica ulteriormente quando vengono omesse le plusvalenze generate dalle operazioni in criptovalute. In questi casi non si parla solo di pagare l’imposta dovuta, ma di sanzioni che possono arrivare fino al 240% delle imposte evase, con un aggravio che spesso supera di gran lunga il profitto iniziale.  Inoltre se l’imposta non versata supera i 50.000 euro, il rischio è quello di uscire dal semplice ambito amministrativo e finire su un piano penale.

Capite bene che in un contesto del genere, con la DAC8 che impone ormai una trasmissione sistematica di dati, ignorare gli aspetti legati alla dichiarazione può portare a conseguenze molto pesanti.

In arrivo anche direttiva DAC9 per controlli su servizi DeFi

Accanto alla DAC8, si parla già di una possibile DAC9, che rappresenterebbe un’ulteriore stretta sul fronte della trasparenza, questa volta rivolta ai servizi della Finanza Decentralizzata (DeFi). L’idea di fondo dell’Unione Europea è quella di proseguire lungo la stessa direzione, cercando di estendere i meccanismi di monitoraggio già applicati ai CASP anche ai protocolli DeFi.

Resta però aperta una questione di fondo legata alla natura stessa di questi strumenti, dal momento che molti protocolli dovrebbero essere progettati per funzionare senza un soggetto centrale che eserciti un controllo diretto sulle operazioni. Dunque, per i regolatori individuare un soggetto a cui imporre obblighi di comunicazione non è affatto semplice, soprattutto quando si ha a che fare con servizi basati su codice open source. 

Tutto ciò solleva infatti ancora ad oggi parecchi interrogativi tecnici e giuridici ancora irrisolti. Proprio per questo, possiamo dire che la DAC9 si colloca in una fase di discussione preliminare, ma segnala chiaramente l’intenzione dei regolatori di estendere l’attenzione anche al mondo della finanza decentralizzata.

Semplifica la dichiarazione con Okipo

Nel 2026, anche alla luce dell’introduzione della DAC8, gestire correttamente la propria posizione fiscale in criptovalute è diventato più importante che mai. Per chi effettua numerose operazioni nel corso dell’anno, ricostruire movimenti e calcoli in modo manuale può risultare complesso e portare a pericolosi errori.

In questi casi, servizi come Okipo permettono di automatizzare i calcoli e ottenere un resoconto fiscale ordinato, utile per affrontare la dichiarazione con maggiore serenità e senza improvvisazioni.

 

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